Il Vinaio di Kabul

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IL VINAIO DI KABUL
- Progetto per un Film -



"Da queste terre, si dice,
venne la vite,
ma fu un italiano a riempire
la prima botte di vino".

Mai conquistatore ha potuto bivaccare impunemente su queste terre. Alessandro Magno, Gengis Khan, Tamerlano, l’Inghilterra, hanno attraversato con relativa facilità l’Oxus o l’Indo, ma con altrettanta facilità hanno dovuto realizzare che mantenere il controllo di quei picchi perennemente innevati, di quei deserti sconfinati e pietrosi sarebbe stato estremamente arduo. 
Le ritirate degli eserciti sconfitti spesso si sono tramutate in rotte rovinose. La baldanza dei combattenti afghani ha sempre avuto ragione. La Russia farà eccezione?
Questa vicenda si svolge negli anni Sessanta e Settanta in un contesto, gioioso e drammatico, densa di memorie di grande interesse storico, culturale e umano.

"L’autore si è già ricavato la sua nicchia di pioniere assieme ad altri personaggi celebri e oscuri cha hanno affrescato la leggenda del grande gioco attorno al Khyber Pass raccontato da Kipling".

“Il Messaggero”, 14/05/95

Il vinaio di Kabul, è una storia di scoperte, sfide, rapporti umani, famiglia e luoghi.
Al centro del racconto, Antonio, un giovane viaggiatore mosso dal desiderio di scoprire l’oriente.

"Le lunghe pale del ventilatore, appeso al soffitto, giravano lente e svogliate, ogni giro un distinto cigolio sembrava voler manifestare la sofferenza e l’inutilità di quel movimento, l’aria che esse muovevano continuava a far afa; l’umidità, alimentata dai monsoni, affaticava il respiro". 

Capitolo Primo - Maggio 1967


Ed è in oriente, nell’Afghanistan di cui resta ammaliato, che Antonio trova e alimenta un’occasione tanto insperata quanto ambiziosa: dar vita ad una produzione professionale di vino.

L’occasione che si presenta ad Antonio nell’Afghanistan degli anni ’60, trova il sostegno delle autorità di un Paese molto diverso da quello che abbiamo conosciuto dal decennio successivo e che le cronache internazionali ci raccontano ancora oggi. È una Paese aperto agli investimenti stranieri, ma soprattutto è una terra dove “i lunghi silenzi” alimentano rapporti umani forti e indissolubili. Come quello che il protagonista costruisce con il suo fidato aiutante, Akim, che lo accompagna in tutte le sue avventure e disavventure.

Tra i fili rossi della narrazione, insieme al desiderio di riscatto personale e al rispetto tra le culture, i molti viaggi, da quelli per tornare in Italia sino a quelli nei paesaggi selvaggi e indomiti dell’Afghanistan. Il primo di questi, di ritorno verso Torino, dove Antonio ha una moglie, Elda, e un figlio, Luca, che lo seguiranno nella sua avventura afghana, serve ad Antonio per imparare l’arte di fare il vino e per consentirgli di inviare, via treno, dalla Russia, tutto il necessario per avviare la sua ambiziosa impresa. Ai viaggi verso e dall’Italia, però, per tutto il racconto, si accompagnano quelli interni all’Afghanistan, che Antonio compie con il fidato Akim e che non mancano di stupire il protagonista per la bellezza dei luoghi e delle persone incontrate nelle molte avventure, talvolta vere e proprie peripezie, che trasformano la storia in un racconto d’azione con anche rocambolesche ed entusiasmanti fughe.

"Ecco mister, per risolvere il suo problema dovrebbe andare al di là di quelle montagne, al di là dell’Indu-Kush. Le acque che evaporano dall’Oceano indiano vengono trattenute da quelle montagne, di qua caldo umido, di là fresco secco". 

Capitolo Primo - Maggio 1967

All’avventura si accompagnano, però, solide ed emozionanti relazioni umane, quella già citata tra Antonio e il suo assistente e amico, Akim, ma anche le molte altre che il protagonista riesce a costruire con le persone che incontra, dagli uomini impiegati nella produzione di vino, a personaggi di primaria importanza nel panorama politico afghano, con i quali Antonio costruisce relazioni di lavoro, ma anche rapporti personali che non mancano di commuovere.

A completare il quadro, la capacità del protagonista di affrontare le sfide più disparate, dalla stessa vinificazione, che in Afghanistan “segue regole” diverse da quelle apprese in Italia, ai tentativi di truffa subiti, passando per le difficoltà burocratiche, ma anche dalla necessità di inventarsi costruttore, camionista e molto altro.

Tutto questo accompagnato da un’altra costante: la fortuna, che segue Antonio non senza metterlo alla prova e che, insieme alla sua capacità di interpretare gli eventi, lo porta a lasciare l’Afghanistan dopo il colpo di Stato del 1973 e prima che la situazione politica del Paese crolli portandosi con sé anche buona parte della sua impresa, ma non riuscendo comunque a sottrargli la passione per la vita, l’avventura e gli esseri umani, che traspaiono da tutta la narrazione. Facendo del testo un appassionante romanzo storico moderno che permette di conoscere e capire una terra lontana, che senza le brutture della contemporaneità appare ancor più bella, perché esotica non solo nello spazio, ma anche nel tempo. 

"Un tempo che non c’è più, ma che il Vinaio di Kabul fa sognare di rivivere".

 
 
 
 









 
 




 
 

 
 
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